| ROUTE 66, verso Ovest |
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ROUTE 66, WESTBOUND Verso Ovest (di Mario Conti) Il perchè lo trovate in apertura del servizio, che scrissi alla vigilia della partenza.
Questo viaggio non nasce come progetto fotografico, ma è il pedinamento di un’atmosfera attraverso tutti e cinque i sensi; un ripercorrere le tracce dell’avventura umana di cui la Route 66 è stata teatro nei secoli, prima ancora di chiamarsi così. Questo per dire che i tempi a disposizione dell’obbiettivo non erano quelli di un progetto esclusivamente fotografico, che richiede pazienza, appostamento, attesa della luce, ricerca della visuale migliore. Nel mio caso la prospettiva era ribaltata, gli scatti andavano rubati tra le pieghe degli spostamenti. Da qui la scelta di adottare un mezzo fotograficamente povero, l’iPhone 3GS, e di “sporcare” gli scatti con algoritmi software che restituissero il look finto-svanito delle vecchie polaroid e quel quid di tempo sospeso che è la nota di fondo di tutti i 4.000 km della 66. Esistono un numero crescente di filtraggi possibili sul mercato; il gioco è cercare di azzeccare di volta in volta quello che meglio rappresenterà la circostanza. Così, la convessità sinuosa e specchiante di “The Bean” di Anish Kapoor nel Millennium Park di Chicago [1] l’ho vista bene proiettata sulla skyline retrostante e filtrata in una modalità quasi monocromatica e porosa, che accentuasse l’effetto straniante della scena. La selva di grattacieli di Chicago - meno ordinata di quella newyorkese perchè resa scomposta dal passaggio serpentino del fiume attraverso la città - mi è sembrato che impressionasse la percezione del visitatore in maniera non dissimile dalla doppia esposizione con cui l’ho resa [2]. Volevo che così si apprezzasse ancor più il contrasto fra la metropoli fantasmagorica che ci lasciavamo alle spalle e tutto il resto che avremmo avuto davanti a noi, rigorosamente modulato sulle note dell’orizzontale e su tempi che diventano immediatamente e definitivamente “lenti”.
Così ecco uno scorcio della sonnacchiosa stazione di servizio Shell di Mount Olive [3], ancora in Illinois. A Lebanon (Missouri), un cofano d’auto e un capannone diventano nient’altro che un’astrazione cromatica [4]: il colore è un altro degli elementi costitutivi del viaggio lungo la Route 66. Lo si insegue nei mille cimeli vintage di cui la route è costellata, nei cieli che virano alla notte, nelle insegne accese dei motel. Come nello scatto ai neon dello “Skyliner” [5] di Strout (Oklahoma).
Si potrebbe fare un reportage di sole insegne luminose. Lo stile è inequivocabile, intersezione di linee spezzate, al bando gli angoli retti, colori squillanti; è la grafica dei ’50-’60, inno ai comfort della modernità. E anche un po’ fanciullesca: passando per Albuquerque (NewMexico), non mancate di visitare un monumento vivente all’ottimismo di quegli anni, il Diner 66 [6], che di insegne e gadget al neon è stracarico come un Vittoriale statunitense; un altro è a Williams (Arizona): il Cruisers Cafe. Ma non si è estesa dappertutto la mano salvifica del restauratore, il subentro di un nuovo esercente; altre insegne sono lì a testimoniare la caducità di una stagione di belle speranze, basta guardare “Roy’s Motel - Vacancy” [7].
Per il fotografo, percorrere la Route 66 è percorrere in equilibrio il sottile crinale fra la ruggine e la polvere del tempo e il baldanzoso scintillio dei tanti soggetti che a quella ruggine e a quella polvere sottraggono prede succulente, restituendo loro un’eterna giovinezza. Perchè, è bene dirlo, questo clima non è vissuto dai locali come “il passato” da museificare, ma un eterno presente da perpetuare. Ci sono persone che “si trasferiscono” qui, “vanno incontro” a questo modello di vita, mollano la metropoli e le sue nevrosi. Di abitazioni da film di metà ‘900, con regolare macchinone rutilante di cromature [8] parcheggiato davanti alla staccionata del giardinetto o nel box, ce n’è quante ne volete. E la vita che vi si svolge non è una finzione.
In questa frizione prolungata, l’incontro con l’incongruo è dietro ogni angolo: un albero di Natale addobbato nell’arsura di un deserto nel Texas [9], una vetrina di caffè (in funzione) dove vicende imperscrutabili hanno portato a spiaggiarsi su una ruvida moquette una coppia di casse acustiche, un mezzo manichino femminile impudicamente scosciato, una scrivania da ufficio [10]. Una stupenda Studebaker anni ’60 senza più vetri, abbandonata sul ciglio della strada [11].
E sopra ogni altra cosa, i grandi orizzonti, l’Andare, comunque: li ho esemplificati nella moto patriottica in surplace ai bordi del nulla [12]; nella fermata del pullmino scolastico con vista sulla Monument Valley [13]; nella fuga infinita di tubi e travi d’acciaio del ponte di Cameron (Arizona) [14].
Ecco, per il viaggiatore la 66 è tutto questo, in un rincorrersi continuo di stimoli socio-antropologici, di rimandi cinematografici e e letterari. Un fotografo professionista può investire nella spedizione, non averne mai abbastanza e tirarne fuori un reportage che è come un trattato; se in macchina hai la famiglia e gli amici che ti aspettano sotto il sole ardente, ti affidi come me alla munificenza del genius loci. E il bottino sarà comunque ricco. Mario Conti
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