Bruno Maran

bruno maran 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Nato a Padova ove vive e lavora ha iniziato nel 1969 presso agenzie specializzate nell’automobilismo sportivo. Acquisisce esperienze nel campo della pubblicità. Attualmente si occupa di fotografia sociale. Ha effettuato reportage in India del Sud, Sri Lanka-Tsunami 2004; dalla ex-Jugoslavia: Bosnia, Croazia, Macedonia, Serbia e Kosovo, realizzando anche vari audiovisivi.

Lavora a vari progetti sulla "memoria" dalla Risiera di San Sabba a Trieste al lager di Jasenovac in Croazia.

Dal 2001 è fotoreporter dell’agenzia Stampa Alternativa.Nel 2004 fonda con altri fotografi il Gruppo Controluce. Dal 2007 collabora con Radio Cooperativa.

 Il viaggio nel dopoguerra della ex-Jugoslavia parte da Vukovar, città croata della Slavonia, teatro di un terribile assedio da parte delle forza serbe, culminato nella conquista e nei conseguenti massacri, specie ad opera di forze para-militari. Le foto sono state scattate in occasione della celebrazione del 15° anniversario del rientro della città sotto la giurisdizione croata dopo un decennio di amministrazione fiduciaria europea. La città croata resistette fino allo stremo a preponderanti forze serbe, tanto da divenire il simbolo del martirio croato, in quel tempo il suo nome fu mutato in VukoWar proprio per sottolineare la situazione terribile vissuta da quella gente.

La seconda tappa si sposta in Bosnia, triste tappa di un calvario, che ha colpito quelle genti e di cui rimangono molte ferite aperte. La Bosnia, nata ancora una volta da una guerra, ma con profonde divisioni e uno smembramento irrimediabile, potrà uscire da questa impasse solo se saprà trovare una sponda nei paesi vicini, quelli a democrazia più fondata, che, memori anche del loro miope impegno durante le guerre 1991-1995, oggi devono offrire concrete possibilità di integrazione in un’Europa allargata, unico antidoto capace di creare quei definitivi anticorpi alle possibilità che la guerra ritorni. Il percorso bosniaco è scaturito nella ricorrenza del 10° anniversario del massacro di Srebrenica del 1995, una drammatica pagina di una orrenda guerra combattuta a due passi dalla tranquilla Europa, che ha assistito pressoché indifferente al più grande massacro di civili dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Srebrenica non è purtroppo il solo simbolo delle guerre in Bosnia.

Con essa vanno annoverate le altre città martiri: Sarajevo, che subì il più lungo assedio della storia moderna. Mostar, la città, spaccata a metà dalla Neretva e unita per secoli dal famoso Stari Most, subì mesi di combattimenti tra croati e bosniacchi, che alla fine hanno sancito solo una ancor più forte divisione.

Una parte è dedicata ad un passaggio nella Krajina, terra di confine tra Bosnia e Croazia, a Bosansko Grahovo e Drvar, dove si scatenarono le controffensive croate culminate nell’Operazione Oluja-Tempesta, dove nell'agosto 1995 le rinnovate forze croate “liberarono” territori occupati da genti serbe da secoli, infliggendo vendette intollerabili, provocando la fuga di migliaia di persone, commettendo crimini contro l'umanità sanciti da pesanti condanne davanti al Tribunale Penale Internazionale de L'Aja.

Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Vukovar, Bosansko Grahovo, Drvar, come Mitrovica, Kragujevac e molte altre città e villaggi della ex Jugoslavia sono stati le tappe terribili di una lunga collana di massacri, di torture, di  devastazioni. Tutte le località della ex Jugoslavia sono legate tra loro da un terribile filo a due colori: un filo rosso di sangue e uno nero di lutti, provocati da una guerra ancor oggi incomprensibile, ma non per questo meno sanguinaria. Le rovine sono lì a ricordare un passato ancora presente, dove la ricostruzione è difficile e non solo in termini tecnici. La costante della morte si respira spesso come le divisioni ancora profonde, che si respirano pressoché ovunque. Pagine drammatiche di una orrenda guerra combattuta a due passi dalla tranquilla Europa, che ha assistito pressoché indifferente al grande massacro di civili dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Spesso il tempo sembra essersi fermato e si rivive l’angoscia di quei giorni, e forte sorge un interrogativo cui nessuno forse saprà dare risposta, pesante per le conseguenze, atroce per la mancanza di risposta: perché? Oggi come domani.